L’Europa punta a raggiungere 20 milioni di specialisti ICT entro il 2030, le donne oggi rappresentano solo il 19,5% l’innovazione più efficace nasce quando prospettive diverse collaborano per costruire soluzioni migliori.

La trasformazione digitale che sta ridefinendo il tessuto economico italiano ha bisogno di competenze, innovazione e capacità di interpretare il cambiamento. In questo scenario, il ruolo delle donne nella tecnologia rappresenta una delle più grandi opportunità ancora parzialmente inesplorate del mercato del lavoro. Se da un lato la presenza femminile nelle professioni ICT continua a crescere, dall’altro i dati mostrano come l’accesso alle posizioni di leadership e all’imprenditoria tecnologica rimanga significativamente inferiore rispetto a quello degli uomini.

La questione non riguarda solamente l’equità o la rappresentanza. Si tratta di competitività, innovazione e sostenibilità economica. In un momento storico in cui l’Europa punta a raggiungere 20 milioni di specialisti ICT entro il 2030, lasciare inutilizzata una parte consistente del potenziale talento disponibile rischia di trasformarsi in un limite strutturale per la crescita.

L’Italia parte da una situazione particolarmente complessa. Secondo Eurostat, nel 2025 gli specialisti ICT rappresentano appena il 3,8% dell’occupazione totale italiana, una delle percentuali più basse dell’Unione Europea. Sebbene il numero di professionisti digitali sia cresciuto in modo significativo nell’ultimo decennio, il Paese continua a soffrire una cronica carenza di competenze tecnologiche.

All’interno di questo scenario emerge una seconda criticità: la scarsa presenza femminile nei ruoli tecnici. In Italia lavorano circa 150.000 donne in ambito ICT, un numero in crescita rispetto a dieci anni fa ma ancora insufficiente per ridurre il divario di genere che caratterizza il settore. A livello europeo, gli uomini rappresentano l’80,5% degli specialisti ICT e le donne soltanto il 19,5%, una proporzione che riflette dinamiche molto simili anche nel mercato italiano.

Il fenomeno affonda le proprie radici ben prima dell’ingresso nel mondo del lavoro. La partecipazione femminile ai percorsi STEM continua a essere inferiore rispetto a quella maschile, soprattutto nelle discipline informatiche e ingegneristiche. Nonostante negli ultimi anni si sia registrato un incremento delle iscrizioni femminili alle facoltà tecnologiche, persistono stereotipi culturali che influenzano le scelte formative fin dalla scuola secondaria.

Paradossalmente, il problema non riguarda la presenza delle donne nelle professioni scientifiche in generale. Eurostat evidenzia infatti che le donne rappresentano il 52% degli occupati europei nei settori della scienza e della tecnologia. Quando però si restringe il campo alle professioni digitali più specialistiche, la quota femminile diminuisce drasticamente. Questo suggerisce che il problema non è l’accesso delle donne alla conoscenza scientifica, ma la loro capacità di entrare e permanere nelle carriere tecnologiche ad alta specializzazione.

L’ingresso nel settore rappresenta soltanto il primo ostacolo. Ancora più complesso è il percorso verso le posizioni decisionali. Secondo i dati dell’European Institute for Gender Equality e delle istituzioni europee, le donne continuano a essere sottorappresentate nei ruoli manageriali e strategici delle organizzazioni tecnologiche. A livello europeo, circa il 35% delle posizioni manageriali è occupato da donne, ma nel settore tecnologico la percentuale tende a ridursi ulteriormente.

Questo fenomeno viene spesso descritto attraverso il concetto di “leaky pipeline”, la tubatura che perde. Le donne entrano nel sistema formativo, accedono alle prime esperienze professionali e iniziano la loro crescita di carriera, ma progressivamente abbandonano il percorso o incontrano ostacoli che ne rallentano l’avanzamento verso ruoli executive. Le cause sono molteplici e comprendono fattori culturali, minore accesso a reti professionali influenti, difficoltà di conciliazione tra vita privata e responsabilità manageriali e una persistente carenza di role model femminili nei vertici aziendali.

Anche l’imprenditoria tecnologica riflette queste dinamiche. Sebbene il numero di startup fondate da donne sia aumentato negli ultimi anni, la quota di imprese innovative guidate da team interamente femminili rimane limitata. Ancora oggi la maggior parte dei capitali di venture capital continua a essere destinata a startup fondate da uomini o da team prevalentemente maschili. Questo crea un circolo vizioso nel quale la minore presenza femminile nei ruoli imprenditoriali produce meno esempi di successo, riducendo ulteriormente l’attrattività del settore per le nuove generazioni.

Tuttavia, limitarsi a osservare il problema significherebbe perdere di vista i segnali positivi. Negli ultimi dieci anni il numero di donne specialiste ICT in Europa è cresciuto a una velocità superiore rispetto a quello degli uomini. Tra il 2015 e il 2025, il numero di professioniste ICT nell’Unione Europea è aumentato dell’89%, contro il 53% registrato dalla componente maschile. Pur partendo da una base inferiore, il dato evidenzia una trasformazione in corso che potrebbe accelerare ulteriormente nei prossimi anni.

Le organizzazioni più innovative hanno compreso che la diversità non è soltanto una questione sociale, ma un fattore competitivo. Numerose ricerche dimostrano che team più eterogenei tendono a produrre soluzioni più creative, prendere decisioni più efficaci e comprendere meglio le esigenze di mercati sempre più complessi e diversificati. In un’epoca in cui l’intelligenza artificiale, la cybersecurity, il cloud e l’analisi dei dati stanno ridefinendo interi settori economici, disporre di prospettive differenti diventa un vantaggio strategico.

Per l’Italia la sfida è duplice. Da un lato occorre aumentare il numero di ragazze che scelgono percorsi STEM e professioni tecnologiche. Dall’altro è necessario creare condizioni che consentano alle donne già presenti nel settore di sviluppare il proprio potenziale fino ai livelli più alti della leadership aziendale e dell’imprenditoria innovativa.

La vera questione non è se le donne abbiano le competenze per guidare la trasformazione digitale. I dati dimostrano che il talento esiste già. La domanda è se aziende, istituzioni e società siano pronte a rimuovere le barriere che ancora ne limitano la piena espressione.

Nel futuro della tecnologia europea non sarà sufficiente aumentare il numero di specialisti digitali. Sarà necessario garantire che quel futuro venga progettato, sviluppato e guidato da una rappresentanza più equilibrata di talenti. Non soltanto per una questione di inclusione, ma perché l’innovazione più efficace nasce quando prospettive diverse collaborano per costruire soluzioni migliori.

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Filomena Santoro

I'm the Co-Founder and Managing Director of Humans of Technology, an editorial tech Magazine highlighting the people behind innovation through interviews, insights, and stories that connect technology with human impact.

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