Perché la scommessa di SpaceX di mettere in orbita un milione di data center non è fantascienza — e perché dovrebbe preoccupare ogni responsabile IT sul pianeta
Il 30 gennaio 2026, SpaceX depositò una richiesta storica presso la Federal Communications Commission (FCC) per ottenere l’autorizzazione a lanciare fino a un milione di satelliti. Ma questa volta non per la connettività a banda larga, bensì per gestire quello che la società definisce lo SpaceX Orbital Data Center system. La domanda descrive una costellazione a energia solare che opererà tra i 500 e i 2.000 chilometri di altitudine, affidandosi quasi esclusivamente a collegamenti ottici ad alta capacità tra i satelliti. Nelle parole della stessa azienda, l’iniziativa è «un primo passo verso il diventare una civiltà di livello Kardashev II — in grado di sfruttare tutta l’energia del Sole — supportando al contempo applicazioni di IA per miliardi di persone oggi.»[1]
L’ambizione è sbalorditiva. Esistono attualmente circa 15.000 satelliti artificiali in orbita; la proposta di SpaceX aumenterebbe tale numero di settanta volte.[2] SpaceX non è sola: Blue Origin ha annunciato la costellazione TearWave di circa 5.400 satelliti di rete, la Cina ha rivelato una costellazione di 200.000 satelliti focalizzata sull’elaborazione in orbita per applicazioni statali sensibili, e Starcloud ha presentato alla FCC, nel febbraio 2026, una propria domanda per una costellazione fino a 88.000 satelliti di data center orbitali.[3] Il computing si dirige verso lo spazio, e i motivi sono strutturali, economici e politici.
La pressione sull’infrastruttura terrestre
L’intelligenza artificiale consuma energia a un ritmo che le reti elettriche terrestri non riescono a sostenere. L’Agenzia Internazionale dell’Energia prevede che il consumo elettrico globale dei data center supererà i 1.000 terawattora entro la fine del 2026.[4] Quella domanda si scontra con la scarsità di suolo, le risorse idriche limitate per il raffreddamento e le reti elettriche già sotto stress. Lo spazio eluse simultaneamente tutti e tre i vincoli. Le altitudini orbitali offrono un’esposizione solare ininterrotta: nessun ciclo notte-giorno, nessuna variazione stagionale, nessuna dipendenza dalla rete. Il calore di scarto viene dissipato per irraggiamento nel vuoto a circa 2,7 Kelvin. Nessun permesso, nessuna opposizione di vicinato, nessuna licenza idrica da rinnovare. Almeno a prima vista.
SpaceX ha reso esplicito l’argomento economico nella sua presentazione alla FCC: «La capacità di elaborazione dell’intelligenza nello spazio potrebbe superare il consumo elettrico dell’intera economia statunitense, senza l’enorme costo e la disruption della ricostruzione dell’infrastruttura elettrica terrestre già sotto pressione.»[1] Se Starship riuscisse a ridurre i costi di lancio all’obiettivo aziendale di dieci-venti dollari al chilogrammo — rispetto all’attuale tariffa del Falcon 9 di circa 2.700 dollari al chilogrammo — l’economia inizierebbe a risultare genuinamente competitiva per i carichi di lavoro di addestramento dell’IA.
Le frizioni tecniche e regolamentari
Tradurre la visione in infrastruttura operativa è un’altra questione. Nel vuoto dello spazio, il raffreddamento convettivo ed evaporativo sono impossibili; il calore può essere eliminato soltanto per irraggiamento termico. Per un data center orbitale da 1 megawatt, la fisica elementare richiede circa 1.600 metri quadrati di superficie radiante — l’equivalente di una pista da hockey.[5] La radiazione cosmica nell’orbita terrestre bassa genera perturbazioni da singolo evento (SEU), capovolgimenti di bit e degrado cumulativo dei transistor. Il silicio tradizionale indurito alle radiazioni costa fino a 600 volte di più rispetto ai chip commerciali e accusa un ritardo di circa dieci anni nelle prestazioni. Il collo di bottiglia della connettività è altrettanto reale: anche ad altitudini LEO, la latenza di andata e ritorno esclude le applicazioni sensibili al tempo, limitando il data center orbitale a carichi di lavoro batch come l’addestramento di modelli, la simulazione scientifica e l’elaborazione genomica.
L’ambiente regolamentare presenta le proprie contraddizioni. La FCC, a differenza della FAA o della NASA, non ha storicamente condotto revisioni ambientali sistematiche per le costellazioni di satelliti — una lacuna esplicitamente segnalata da un audit del Government Accountability Office statunitense nel 2022. L’accumulo di detriti spaziali, l’allumina stratosfcerica prodotta dal rientro dei razzi e l’inquinamento luminoso delle superfici riflettenti sono preoccupazioni avvalorate da studi peer-reviewed che i regolatori non hanno ancora affrontato su scala. La FCC ha recentemente autorizzato SpaceX a lanciare 7.500 ulteriori satelliti Starlink, rinviando al contempo la decisione su altri 14.988: un segnale che persino i progressi incrementali incontrano resistenze istituzionali.
Il vuoto giuridico come opportunità di business
La dimensione più rilevante è però quella giurisdizionale. Sulla Terra, la sovranità sui dati è geografica: un server a Francoforte obbedisce alla legge tedesca; uno in Virginia obbedisce alla legge statunitense. In orbita, un satellite viaggia a 7,6 chilometri al secondo, sorvolando Brasile, Atlantico e Francia nel tempo necessario a leggere questo paragrafo.[6] Il Trattato sullo spazio extra-atmosferico del 1967 — ancora oggi fondamento del diritto spaziale — designa lo spazio come «provincia di tutta l’umanità» e vieta le rivendicazioni di sovranità territoriale, ma non dice nulla sull’elaborazione commerciale dei dati.
Nel quadro dottrinale attuale, il modello più praticabile è quello dello «Stato di bandiera digitale»: un satellite è trattato come estensione dello Stato in cui è registrato, allo stesso modo di una nave nel diritto marittimo.[6] Un data center orbitale registrato negli Stati Uniti ricade sotto la legge federale americana; uno registrato in Lussemburgo è disciplinato dalla normativa lussemburghese sugli asset spaziali. Ciò crea un’opportunità commercialmente significativa per le giurisdizioni con normative favorevoli in materia di privacy, fisco o sicurezza nazionale, atte ad attrarre infrastrutture orbitali: non diversamente dalla dinamica dei servizi finanziari che per decenni ha alimentato le registrazioni offshore. Per le aziende che trattano dati sensibili di salute, finanza o difesa, una piattaforma orbitale registrata in una giurisdizione permissiva potrebbe, in linea di principio, operare al di fuori della portata del GDPR, delle richieste del CLOUD Act o dell’accesso delle forze dell’ordine locali. Una capacità con un appeal evidente e una complessità etica altrettanto evidente.
Il programma ASCEND dell’Agenzia Spaziale Europea (Advanced Space Cloud for European Net zero emissions and Data sovereignty), finanziato con 300 milioni di euro fino al 2027, sta già posizionando l’UE come contrappeso, con una missione dimostrativa prevista per il 2026.[7] La Legge Spaziale dell’UE, adottata nel giugno 2025, segnala inoltre che l’Europa intende stabilire il proprio quadro di governance prima che il panorama delle infrastrutture orbitali si consolidi attorno agli attori statunitensi e cinesi.
La conversazione sulla residenza dei dati, l’architettura di conformità e la strategia infrastrutturale sta per acquisire una dimensione verticale.
Fonti
1. SpaceX FCC Filing — Fortune, febbraio 2026
2. Astrobites — Two Satellite Proposals Threaten Dark and Quiet Skies, febbraio 2026
3. Wikipedia — Space-Based Data Center
4. The Next Web — SpaceX S-1 Warns Orbital AI Data Centres May Not Be Viable, maggio 2026
5. World Economic Forum — Why Cooling Is the Real Obstacle to Space-Based Data Centres, 2026
6. Bloomberg Law — Digital Flag State Rule Would Give Space Law a Regulatory Boost, gennaio 2025
7. AI News Hub — Space-Based Data Centres: The Future of AI Computing, 2025





