Pablo Tomasi è un professionista del mondo data e analytics presso Omdia, con una visione lucida sull’evoluzione dell’AI nel contesto aziendale.
Nel suo percorso mette al centro il valore dell’analisi, delle relazioni e dell’interpretazione critica dei dati. Per lui, la tecnologia è un abilitatore: il vero impatto nasce sempre dalle persone.
Chi è un analista industriale, qual è il tuo percorso e di cosa ti occupi oggi?
L’analista di settore ricopre un ruolo molto specifico: ci posizioniamo all’intersezione tra i team strategici, l’ingegneria e il marketing. Il nostro compito è fornire analisi su segmenti di mercato per aiutare le aziende dell’ecosistema tecnologico — il mio ambito di specializzazione — a perfezionare le proprie strategie, comprendere le dinamiche della concorrenza e prendere decisioni informate basate su dati concreti.
Com’è nata la tua carriera in questo settore? C’è stato un momento particolare che ti ha spinto verso questa professione?
Il mio percorso è stato in parte frutto del caso, il che dimostra come questa professione accolga background molto diversi. Io ho conseguito un Master in War Studies al King’s College di Londra; inizialmente guardavo all’analisi delle relazioni internazionali e della geopolitica. Tuttavia, ho scoperto che esisteva una figura analoga applicata alla tecnologia, che ho trovato molto più stimolante e dinamica. Ho iniziato in IHS, occupandomi di operatori di telecomunicazioni, e da lì è proseguito il mio percorso.
Come descriveresti la giornata tipo di un analista? È necessario avere una forte predisposizione per i numeri?
Non esiste una giornata standard. All’interno della categoria ci sono profili più orientati ai dati e altri più qualitativi. Certamente l’adattabilità e la capacità di elaborare informazioni sono fondamentali. La sfida principale non è solo trovare i dati, ma recuperare quelli che le aziende non sono inclini a condividere. Oltre alla ricerca d’ufficio, è essenziale mantenere un contatto costante con il mercato per verificare se le dichiarazioni delle aziende corrispondano effettivamente alle loro azioni.
In un mondo dominato da dati e algoritmi, qual è il valore aggiunto dell’apporto umano nel tuo lavoro?
Il valore umano risiede nelle cosiddette soft skill relazionali. La differenza tra una macchina e un professionista sta nella capacità di interpretare ciò che viene detto e, soprattutto, ciò che viene omesso. Costruire relazioni di fiducia lungo tutta la catena del valore permette di ottenere una visione che il solo dato numerico non può fornire.
Per redigere un report, qual è l’ampiezza della ricerca necessaria in termini di contatti con le aziende?
Dipende dalla nicchia di mercato. Più che il numero assoluto di chiamate, conta la varietà delle fonti. Per avere una comprensione chiara, è necessario parlare con fornitori, partner e clienti finali. In genere, un campione di 10-20 aziende permette di avere un quadro d’insieme piuttosto solido.
Questo metodo ti permette di distinguere tra i trend reali e quelli che sono solo frutto di “hype”?
Esattamente. Il nostro ruolo è tenere il polso della situazione. Quando una tecnologia diventa improvvisamente onnipresente nei discorsi — come l’Intelligenza Artificiale, l’Edge Computing o la Blockchain — il nostro compito è indagare se avrà un impatto trasformativo reale o se si tratti di una bolla destinata a sgonfiarsi.
Ti è mai capitato di prevedere correttamente il ridimensionamento di un trend sopravvalutato?
Evito di rinfacciarlo ai clienti, ma accade spesso. Ad esempio, ritengo che attualmente l’AI sia in una fase di overhype: avrà un impatto enorme, ma certe valutazioni attuali sono eccessive. Un altro esempio riguarda le Smart Cities e i veicoli autonomi: dieci anni fa si pensava che sarebbero stati realtà in tempi brevissimi. All’epoca suggerivo cautela, e i fatti mi hanno dato ragione: è un processo che richiede molto più tempo del previsto.
Come definisci il successo nel tuo lavoro?
C’è una grande soddisfazione professionale nel vedere che le proprie previsioni si avverano. Se suggerisco a un cliente una direzione per i prossimi tre o cinque anni e il mercato evolve in quel senso, significa che l’analisi era corretta. Il futuro ha troppe variabili per essere precisi al 100%, ma l’obiettivo è avvicinarsi il più possibile alla realtà.
Quando un’azienda dovrebbe decidere di rivolgersi a un analista esterno?
L’analista è uno strumento strategico aggiuntivo. È utile quando un’azienda ha bisogno di un parere esterno per validare le proprie scelte o quando deve pianificare sul lungo periodo (2-5 anni) ma non dispone di un team interno dedicato esclusivamente allo studio dei nuovi mercati.
Quale sarà l’impatto dell’Intelligenza Artificiale sulla vostra professione?
Non credo che l’AI sostituirà l’analista, ma ne cambierà gli strumenti. Come trent’anni fa si è passati dalle interviste telefoniche cartacee al digitale, oggi l’AI ci renderà più efficienti nell’elaborazione dei dati. La sfida sarà integrare questi strumenti per continuare a offrire valore aggiunto e rimanere rilevanti in un mercato che evolve rapidamente.



